La tessera della discordia

Categories:  ATTUALITA'

Tessera si, tessera no. Iniziata la stagione sportiva 2010-2011, il tormentone sull’introduzione della tessera del tifoso, voluta con insistenza dal ministro Maroni, non si placa e sembra destinato a perdurare nei prossimi mesi. La prima giornata di campionato è stata caratterizzata da alcuni problemi organizzativi: a Vicenza i quasi cento sostenitori del Portogruaro, privi di tessera, sono stati fatti accomodare nel settore Distinti, insieme ai tifosi della squadra ospitante, per fortuna senza conseguenze. Ad Ascoli è successa la stessa cosa, con la differenza che si è scatenata una rissa, sedata solo dall’intervento delle forze dell’ordine. Altro problema: delle 522 mila tessere richieste alla vigilia del campionato (456 mila solo per la serie A), ben 145 mila non sono state consegnate in tempo; tuttavia i tifosi hanno potuto accedere agli stadi presentando la cedola di richiesta.
In attesa di vedere se la tessera risolverà magicamente i problemi del calcio italiano, ecco alcune informazioni, utili ai tifosi del Vicenza Calcio e non solo, su questo nuovo strumento: la sottoscrizione della tessera è necessaria solo per abbonarsi e per accedere ai settori degli stadi riservati agli ospiti. Chi desideri seguire le partite senza abbonarsi o andare “in trasferta” non è obbligato a sottoscrivere la tessera. Essa è gratuita per chi voglia fare l’abbonamento, mentre ha un costo di 10 euro per tutti gli altri. Chi già possiede una tessera del tifoso, ma di un’altra squadra, non dovrà necessariamente sottoscrivere anche quella del Vicenza per ottenerne i vantaggi: in pratica è sufficiente una sola tessera. Non può avere la tessera del tifoso chi è sottoposto a Daspo (divieto di frequentare gli stadi). Se un possessore della tessera viene sottoposto a Daspo, la sua tessera perde validità. Poi chi ha avuto una condanna, anche in primo grado, per reati da stadio: trascorsi cinque anni dalla condanna, può chiedere la card.

Skimboarding

Categories:  ATTUALITA'

Nato negli anni’20 quando alcuni bagnini californiani scivolavano sul bagnasciuga con delle tavole di compensato rotonde, lo skimboard oggi viene praticato sempre più spesso in tutti i tipi di mari. Sfruttando l’aquaplanning si scivola sulla battigia con delle tavole le cui forme e materiali si sono molto evolute rispetto ai primi anni: oggi infatti si costruiscono tavole in legno, epoxy o vetroresina che hanno una forma simile a quella di un piccolo surf.

A seconda degli spot si possono praticare due stili di skimboard il “wave riding” e “flatland”, entrambi gli stili uniscono tricks e tecniche miste del surf e dello skateboard. Nel caso del “flatland”, molto praticato in italia a causa della mancanza di onde, si scivola su di un basso strato di acqua con una tecnica e dei tricks molto vicini all skateboard. Mentre il “wave riding” fa proprie alcune movenze del surf anche se viene praticato a riva, cercando di cavalcare le onde che si infrangono sfruttando la risacca dell’onda precedente.

Qui sotto il video di un contest tenutosi in Messico pochi anni fa:

Golf che passione

Categories:  ATTUALITA'

Considerato da sempre lo “sport dei nobili”, negli ultimi tempi sono molte le persone che si sono approcciate allo sport dei putter, dei caddie e dei bunker, grazie anche all’appeal scatenato dalle recenti vittorie italiane nelle competizioni internazionali. Dai fratelli Molinari, che lo scorso 29 novembre hanno vinto i campionati del Mondo in Cina, sui campi del Mission Hills Golf Club, al giovanissimo Matteo Manassero, veronese, che a soli 16 anni è diventato il più giovane vincitore della storia dell’Amateur Championship, e lo scorso maggio è passato tra i professionisti.
L’esatta origine dello sport del golf non è del tutto chiara. La teoria più diffusa e accettata è che questo sport abbia avuto origine in Scozia nel tardo Medio Evo, quando due contadini si lanciavano una pietra con due bastoni. Un gioco simile al golf odierno è però riconducibile già nel febbraio 1297 in Olanda, presso una città chiamata Loenen aan de Vecht. La parola “golf” potrebbe essere infatti un’alterazione della parola olandese “Kolf” che significa “mazza”, “stecca”.
Vicenza può vantare un buon numero di golf club distribuiti su tutto il territorio provinciale: si và dal Golf Club Vicenza a Creazzo, al Golf Club Colli Berici a Brendola; altri golf club sono presenti ad Asolo, Asiago, Arzignano, Bassano.
Uno dei difetti del golf è senza dubbio il fatto di essere dispendioso: la quota associativa annuale può oscillare tra i 600 e i 2000 euro, con sconti per i giovanissimi e i nuovi soci, mentre un giorno di pratica varia dai 5 ai 30 euro. Per quanto riguarda le attrezzature i prezzi sono sempre elevati: un buon set di mazze può arrivare a costare più di 600 euro, mentre il carrello per portare le mazze parte da 300 euro per arrivare fino a 1500 euro. Si tratta di un vero e proprio investimento, senza contare che per raggiungere un livello di gioco accettabile sono necessari mesi, se non anni, di allenamento. Insomma il golf non è certo lo sport del popolo, tuttavia una giornata di relax con gli amici tra un tee e un green, senza magari prendersi troppo sul serio, se la può concedere chiunque.

Leopoldo Drago

Giovani veneti nel mondo

Categories:  ATTUALITA'

Si è concluso con successo il V° meeting dei giovani veneti residenti all’estero.

Rinsaldare l’identità veneta legandola al processo d’integrazione europea. Guardare al futuro partendo dalla valorizzazione delle proprie radici. Questi i due obiettivi di fondo del V° meeting dei giovani veneti nel mondo, svoltosi a Bruxelles dal 27 giugno al 3 luglio.
Anche quest’anno la Regione del Veneto ha chiamato a raccolta le nuove generazioni, figli o nipoti di emigranti, portandole nel cuore dell’Europa unita. Dopo Belluno, Montevideo e Venezia i giovani delegati delle associazioni che si occupano, in regione e all’estero, dell’emigrazione veneta hanno continuato i lavori iniziati nel 2006 nel primo meeting di Rovigo. Una settimana ricca d’incontri e momenti formativi, conclusasi con la partecipazione del neo assessore regionale ai Flussi migratori Daniele Stival.
“I giovani oriundi veneti nel mondo e quelli residenti nel territorio regionale sono una risorsa, un motore propulsivo – ha sottolineato l’assessore Stival – e noi dobbiamo utilizzare al meglio il loro entusiasmo partecipativo. L’attuale situazione di crisi economica e di difficoltà operativa per le amministrazioni pubbliche mi suggerisce in particolare due riflessioni: la prima è che questi appuntamenti non possono essere autocelebrativi e fini a sé stessi, ma vere e proprie sedi di lavoro e di programmazione di quelle attività che producono benefici concreti e tangibili per le nostre comunità; la seconda è che le politiche regionali in questo settore debbono sempre più tendere al raggiungimento di obiettivi di interesse economico e commerciale. L’identità veneta stimola sicuramente approfondimenti di carattere culturale, ma il nostro dna si traduce anche in voglia di fare e di progredire, nella sfida per lo sviluppo che i veneti hanno sempre accettato e spesso saputo vincere”.
E proprio seguendo le linee guida tracciate da Stival, i delegati hanno risposto sottolineando il tema dell’imprenditoria. Nel documento conclusivo, tra le altre cose, hanno espresso la volontà di proseguire con il progetto “Globalven“, la banca dati online dei giovani professionisti veneti. Questa iniziativa, gestita dall’associazione Veneti nel Mondo di Camisano vicentino, ha già raccolto i profili di oltre 800 professionisti di origine veneta residenti in tutti i continenti, registrando una media di 100 nuovi iscritti al mese. Sempre sulla stessa lunghezza d’onda il Coordinamento dei giovani veneti all’estero, su impulso della rappresentanza canadese e australiana, ha proposto di realizzare degli stage lavorativi rivolti ai giovani della nostra regione, da effettuarsi all’estero presso aziende gestite da imprenditori veneti; un modo per apprendere una lingua straniera lavorando e un’occasione per rinsaldare il legame con le nostre comunità sparse per il mondo. È stato chiesto inoltre di  sviluppare un progetto sul business e marketing in collaborazione con Unioncamere. Altra iniziativa sottoposta all’attenzione della Regione riguarda un corso di formazione per la cultura, l’identità veneta e la lingua italiana rivolto a 13 giovani indicati dalle federazioni venete all’estero.

“La nostra volontà – spiega ancora Stival – è di consolidare le iniziative di interscambio giovanile e di garantire borse di studio in Veneto o in quei paesi dove è forte la presenza delle nostre comunità, proprio in un’ottica di crescita e di formazione culturale e soprattutto economica”.
Durante il meeting i giovani hanno partecipato ad incontri formativi riguardanti il ruolo e le funzioni di Unioncamere, quello delle istituzioni europee, i programmi di cooperazione europea nel campo della gioventù, dell’istruzione e della formazione, la politica commerciale dell’UE e il marchio di origine dei prodotti nelle normative WTO. 
Il momento conclusivo dell’incontro internazionale è stata la commemorazione delle vittime del Bois du Cazier a Marcinelle; la miniera nella quale l’8 agosto del 1956 morirono in un tragico incidente 262 minatori, di cui 136 italiani. Un omaggio a quello che senza ombra di dubbio può essere definito come un monumento al sacrificio e al lavoro italiano.

Andrea Guglielmi

Danza del Ventre

Categories:  ATTUALITA'

La danza orientale è un ballo che si differenzia in vari stili: il Baladi, danza nata in Egitto e in Giordania, il Sharqi, noto anche come Danza del ventre, e il Saidi, suddiviso a sua volta in Tahtib e Raks Al Assaya. La danza orientale è considerata una delle più antiche discipline popolari del mondo: riprodotta inizialmente come rituale legato alla religione e all’esoterismo, cominciò a svilupparsi nelle corti principesche del Medio-Oriente, per poi approdare in Europa grazie ai francesi che, durante la campagna d’Egitto di Napoleone, vennero a conoscenza di questo ballo. La pratica della danza orientale si diffonde attraverso gli spettacoli dei cabaret degli anni Trenta e Quaranta, ma vedrà il suo più grande successo negli anni Novanta, diventando famosa in tutto il mondo.
Per comprendere da vicino non solo l’aspetto corporeo, ma anche filosofico e ideologico che ispira questa disciplina, abbiamo assistito ad uno spettacolo di danza del Ventre allo Spazio Nino Bixio di Vicenza, un piccolo teatro familiare e confortevole, dove l’insegnante della scuola Maya dance-Modern Oriental Dance, Paola Maya, ha cercato di soddisfare alcune nostre curiosità.
Perché scegliere la danza del ventre?
«Si potrebbe chiamarla “la danza della femminilità”. È la danza fatta dalle donne per le donne, definirla “del ventre” è limitante; perché fa bene al corpo, alla mente e allo spirito, rinforza la muscolatura di tutto il corpo, assottiglia la vita, brucia calorie, dà maggiore equilibrio e consapevolezza; rilassa la mente e stimola l’energia femminile, aiuta l’autostima e la fiducia in se stesse. Lo stile della Maya dance è BELLY FUSION: orientale fusion con l’American Tribal Style e la danza contemporanea».
Ci sono uomini che la praticano?
«Sì, in Italia molto pochi, ma in Egitto, dove ho studiato, molti maestri e danzatori sono uomini».

In che cosa consisteva il vostro ultimo spettacolo?

«“Archetipi femminili” è un percorso artistico fino al “ventre cosmico” dell’energia femminile, dove risiedono tutti gli archetipi che da sempre le donne incarnano. Un tuffo nel mondo interiore per risvegliare e portare alla luce, con i gesti e la danza, diverse figure femminili sia divine che umane: dalla dea madre -Iside-, alla donna ordinaria, dall’innocente fanciulla alla donna distruttrice, dall’aspetto più spirituale a quello più materiale. Lo stile della danza è fusion e parte da radici egiziane, per arrivare alle contaminazioni moderne della tribal bellydance, del cabaret e della danza contemporanea. L’improvvisazione e la libera interpretazione, stanno alla base della struttura stilistica dello spettacolo, allo scopo di rispettare il naturale carattere di ogni danzatrice».
Qual è l’età media dei membri del vostro gruppo?
«Dai 15 ai 50 anni, tocchiamo tutte le età».

Read the rest of this entry »

100% ITALO-CANADESE

Categories:  ATTUALITA'

L’aspetto è quello tipico di un nordamericano. Cappello con visiera e t-shirt inclusi. Ma non fatevi ingannare dall’apparenza, la passione e il savoir faire sono quelli tipici del Belpaese. E se vi sedete a tavola con lui non avrete più dubbi, il cibo è arte.
Antonio “Tony” Pasinato è un trentenne Italo-canadese. Figlio di immigrati italiani è nato a Montreal dove vive e lavora. Membro dell’associazione dei veneti del Quebec è uno dei delegati giovanili che parteciperà al prossimo meeting mondiale di Bruxelles, che dal 27 giugno al 3 luglio, vedrà protagonisti giovani veneti provenienti da tutti i continenti.

La storia della tua famiglia è fatta di emigrazione e tanti sacrifici. Ce la puoi raccontare brevemente? Mio papà, dopo la Seconda guerra mondiale, è partito dall’Italia quando aveva 18 anni. Prima di allora non era mai andato via dal Veneto.  Si è trovato in Canada solo con suo fratello, senza parlare la lingua locale. Si è messo a lavorare come tanti italiani nell’edilizia. Lavori molto pesanti che poca gente voleva fare. È stato difficile per loro, si sono “fatti fregare” più di una volta non parlando bene la lingua. C’era molto razzismo.
Nonostante  tutto questo, tutti e due sono stati capaci di farsi una vita, una famiglia, una casa, lavorando duramente, spesso 6-7 giorni alla settimana. Tanti sacrifici ieri, bellissimi risultati oggi.

Hai mai subito delle discriminazioni a causa della tua origine italiana?
Tantissime. Le cose differenti sono sempre ricevute male, almeno era così quando ero adolescente io. È una cosa molto difficile da vivere quando sei giovane, perché non capisci come mai la gente ti vuole del male. Questo ha come effetto di farti odiare la gente locale, perché ovviamente generalizzi e pensi che tutti ti vogliano del male.
Tutto questo mi ha spinto a studiare la lingua francese ed inglese ancora di più, insieme alla storia del Canada. Volevo fare capire a tutti che il Canada è il mio paese quanto è il loro. Quando vuoi bene al tuo paese studi la sua storia e la sua lingua, solo così capisci veramente cos’è il tuo paese.

Ti senti più italiano o canadese?
Quando sono in Canada sono 100% italiano, quando sono in Italia sono 100% Canadese. Amo tanto i due paesi, mi sento molto fortunato perché mi sembra di avere il meglio dei due mondi.

Che cosa è per te l’identità?
L’ identità è ovviamente collegata alla cultura e alle tradizioni. A mio avviso l’ identità riguarda come pensi in generale, come vedi le cose, la vita, i valori personali che hai. Tutto questo insieme di visioni fa si che allora senti certe cose. Quando altra gente sente le stesse cose, penso che allora, si possa parlare d’identità comune.
Per quello prima dicevo che ho il meglio dei due stati, Italia e Canada, perché sento queste cose, identitarie, per tutti e due i paesi.

Come sono visti gli italiani in Canada?
All’inizio non eravamo visti molto bene perché gli italiani facevano lavori che nessun altro voleva fare, come tutti gli immigrati. Oggi tutto è cambiato. Siamo visti come gente molto creativa, con tanta passione, gente che lavora forte. L’Italia e l’italiano sono molto trendy in Canada. L’Italia si vende molto bene, sia i prodotti che la gente.

Tre aggettivi per descrivere l’Italia a un canadese:
Storica
Eccellente
Passionale

Tre aggettivi per descrivere il Canada a un italiano:
Liberale
Spazioso
Naturale

Per quale motivo un domani tuo figlio dovrebbe sentirsi anche italiano?
Si deve sentire Italiano perché questa è la sua eredità. Però questa eredità si deve insegnare. Come i miei genitori mi hanno insegnato la lingua italiana, la storia italiana il senso di appartenenza alla patria italiana, lo farò anche io con i miei figli. Ma il fatto di sentirsi anche italiano rimane una scelta personale. Bisogna sempre essere fieri delle nostre origini. Io non sono come gli altri canadesi, sono diverso, ho una passione naturale che tanta gente non ha. Lo so che sono differente, e non è una brutta cosa, al contrario. Devi prendere questa cosa, capirla e abbracciarla per poter stare bene.

In che modo hai intenzione di trasmettergli (a tuo figlio) la cultura italiana?
Come hanno fato i miei genitori. A casa, si parlava quasi sempre italiano, perché le altre lingue si imparavano tramite gli amici, la tv, etc. Andando a scuola italiana il sabato. Ma la cosa  più importante è portarli in Italia, in Veneto,  per farli capire, apprezzare ed innamorare del proprio paese.

Sei favorevole a concedere la cittadinanza italiana ad un bambino nato in Italia da due genitori stranieri?
Penso di si, essendo cresciuto anche io in un paese dove i miei genitori erano entrambi stranieri. Grazie  alle scuole che fai, amici, fidanzate, etc., diventi Canadese lo stesso, che lo vuoi o no.  Ma questa e una domanda complicata. Qui in Canada gli immigranti diventano veramente parte completa della società già alla seconda generazione. Il figlio nato in Italia da genitori stranieri adotterà anche lui il suo nuovo paese, secondo me. Ma per ottenere questo bisogna anche trattarli bene.

Oltre a lavorare nell’edilizia hai deciso di importare vino italiano in Canada, solo business o è un modo per poter essere in continuo contatto con l’Italia?
All’inizio l’ho fatto per poter essere maggiormente in contatto con l’Italia ora, ovviamente, tengo in considerazione anche l’aspetto economico. Apprezzo sempre tanto il tempo trascorso in Italia, anzi penso di avere un amore ed una passione per l’Italia più forte di tanti italiani che vivono li.

Che cosa dovrebbe fare il Governo italiano per mantenere i rapporti con i nostri connazionali residenti all’estero?
Penso che non ci sia nulla come il legame personale per mantenere i rapporti.
Ad esempio io ho conosciuto alcuni ragazzi di Vicenza  grazie ad un viaggio organizzato dalle associazioni che si occupano di emigrazione veneta. Tramite questa esperienza è nata un’amicizia tra di noi che rimarrà anche in futuro, e che indirettamente mi aiuta ha tenere il contatto con l’Italia. Questo vale tanto ed è molto importante.
Anche perché permette a gli italiani di vedere delle realtà internazionali e permette ai veneti  all’estero di vedere la realtà Veneta. Anche mettere in contatto le PMI (piccole e medie imprese ndr.) dei diversi paesi aiuta. Prendi me ad esempio, il fatto che faccio commercio nel vino fa si che vengo in Veneto più spesso, mi faccio amici Veneti perché li vedo anche più spesso, etc. Tutto questo crea legami forti.

Andrea Guglielmi

Vicenza-Jesolo, scatta la “corsa della movida”

Categories:  ATTUALITA'

Contro le stragi del sabato sera arriva in soccorso il pullman della notte. Ecco in cosa consiste l’iniziativa “corse della movida“, presentata da Ftv (Ferrovie e Tramvie Vicentine): dal 12 giugno per tutta l’estate, tutti i sabati sera, due pullman collegheranno Vicenza a Jesolo, permettendo ai giovani di giungere in tutta sicurezza nella località balneare, dove potranno usufruire dei servizi di bus-navetta per raggiungere i principali locali e discoteche. La domenica mattina sono previste le corse che riporteranno i ragazzi a Vicenza, evitando loro di guidare in stato di ovvia sonnolenza o, ancor peggio, di ebbrezza.

Ogni anno sono oltre 12 mila gli utenti che usufruiscono dei collegamenti tra Vicenza e Jesolo, a dimostrazione della forte attrazione che la località turistica esercita sopratutto nei giovani vicentini. L’incentivo all’utilizzo del mezzo pubblico, con tariffe agevolate per gli studenti, assume quindi ancora più importanza se si pensa agli innumerevoli vantaggi che esso comporta, dalla riduzione del rischio di incidenti, fino all’azzeramento dei problemi di parcheggio, vero dramma durante i sabati sera jesolani.

“Corse della movida” è dunque un’iniziativa lodevole, la cui realizzazione è stata possibile grazie alla volontà di Ftv e Provincia di Vicenza. Cristiano Sandonà, assessore provinciale ai trasporti e al bilancio, ha spiegato che “con questo servizio inedito, unico in Italia, daremo un contributo importante alla sicurezza di tanti giovani”, mentre Valter Baruchello, amministratore unico di Ftv, spiega: “questo servizio è una nostra iniziativa che ha l’obbiettivo di dare un messaggio forte ai giovani, e tranquillizare i genitori di quei ragazzi che, dopo aver trascorso la notte in discoteca, non rischiano la vita in automobile”.

Leopoldo Drago

DJ Spiller – Intervista esclusiva al Dj veneziano

Categories:  ATTUALITA'

Una vita da dj, due metri circa di altezza, mani grandi e veloci, riccioli e pizzetto, Cristiano Spiller, il dj veneziano più famoso d’ Italia, lo si potrebbe scambiare per un giocatore di basket, peccato che la sua arte sia un’altra: la musica.
Vi Style lo ha raggiunto nei pochi, concitati, attimi che precedono un’esibizione.
Per raggiungere la notorietà, tu veneziano (anche se la famiglia del dj è originaria di Cesuna) hai dovuto andare all’estero, perché?
In realtà non è stata una scelta, i primi dischi li ho fatti qui. La mia etichetta era in realtà era una sottoetichetta di una compagnia internazionale, e io avevo più mercato all’estero, dove ho trovato persone che hanno creduto nel mio progetto. Non è che qui sia più difficile che altrove anche se, io ad esempio, per il Grudge ho avuto un problema con un campione di una melodia degli anni settanta, in questo genere di musica si fa tutto per campioni. A me serviva questo pezzo ma per utilizzarlo dovevo acquisirne i diritti e il costo era di 30.000 euro. Non trovavo un etichetta, così mi sono auto prodotto 11000 vinili e ho iniziato a spedirli a tutti i produttori. Poi qualcuno mi ha notato ed è andato tutto bene.
Che consiglio daresti ad un dj che vuole emergere?
Dipende, un dj che fa solo quello, senza produrre, ha bisogno di fortuna. Perché se sei bravo puoi farti le tue serate e magari porti al successo anche un paio di canzoni, ma non duri.
Se fai delle tue produzioni, continui a sperimentare e allora il consiglio è di ascoltare molta musica, per sforzarsi di continuare a cambiare.
Scarichi la musica da internet?
Io ho moltissimi cd e molti vinili, compro molta musica, e si, scarico da internet.
Poi su internet ascolto molte canzoni anche dai blog o dai siti di gruppi musicali emergenti.
In generale, però, continuo a comprare molta musica con i supporti.
Venezia è una città da sempre aperta al mondo, anche culturalmente, in qualche modo pensi di essere stato agevolato da questo spirito di apertura? In qualche modo ti senti aiutato dalla tua venezianità?
L’essere Veneziano è una bella etichetta. Quando dici che sei di Venezia, specie all’estero, fa più colpo.
Non credo, però, che Venezia sia una città che aiuta questo genere di musica, non più di altre città.
Anche perché mancano le infrastrutture per certi eventi o per produrre.
Certo non serve essere nati a Londra per fare il Dj. Inoltre, con la tecnologia che abbiamo si può creare della buona musica nella propria camera. A parte questo, però, città come Berlino o Londra, in generale all’estero, sono più attente alla musica elettronica.
Tu hai iniziato con Tommy V, che poi ha fatto il Grande Fratello, faresti questo genere di esperienza?
Non so come lui abbia fatto, io non ci riuscirei, non sarei proprio capace di fare un grande fratello. Però non discuto delle sue scelte.
Il tuo cocktail preferito?
Ma non ne ho uno, anche se, mi piace il succo alla mela, lo prendo sempre a Berlino, qui non si trova facilmente in discoteca.
Ci sfati o ci confermi il mito del dj che cucca?
Ma non so, credo cucchi.

Pietro Omerini Zanella e Andrea Guglielmi

Sicurezza e legalità

Categories:  ATTUALITA'

Il tema della legalità è molto sentito dalla popolazione giovanile, lo confermano la risposta di pubblico e la sensibilità dimostrata in più occasioni dai ragazzi vicentini di ogni età. A partire dalla serata contro la mafia, tenutasi il 23 aprile scorso con la partecipazione di ospiti quotidianamente coinvolti nello scontro con la realtà mafiosa, Giovanni Impastato, Don Luigi Merola e Luciano Violante, molte le Associazioni di giovani e studenti che si sono prodigate nell’organizzazione di iniziative nell’ambito della legalità. Il 14 maggio la Consulta Provinciale degli Studenti, coordinata da Barbara Michelin e dall’ufficio scolastico provinciale, ha introdotto un vivo dibattito con un interlocutore d’eccezione: l’on. Luigi Berlinguer, ex ministro della Pubblica Istruzione e cugino di Enrico Berlinguer. La tappa di Vicenza è stata inserita in un programma di conferenze più ampio esteso fino a Cividale del Friuli e Pordenone; scopo degli incontri era quello di affrontare assieme agli studenti l’analisi dei mali che affliggono la scuola italiana, rilanciando con forza la proposta di un nuovo modello, cioè di «una scuola aperta tutto il giorno e tutto l’anno, in cui il protagonista sia lo studente che deve emozionarsi nell’apprendere». Davanti a più di 400 studenti attenti e interessati, l’on Berlinguer ha affrontato, inoltre, un percorso storico sulla nascita dell’Unione Europea, partendo dalla sua fondazione e arrivando fino al Trattato di Lisbona. Altri punti sensibili toccati dall’ex ministro nel suo discorso sono stati la crisi economica greca, l’allargamento dell’Unione Europea verso est, discutendo lo stato di avanzamento delle trattative per l’ingresso in Europa della Turchia, e infine, non meno importante, la necessità di coltivare una propria coscienza democratica giorno dopo giorno.
Ancora nell’ambito della legalità, la nostra città ha ospitato sabato 15 maggio scorso al Teatro Comunale di Vicenza un’altra lodevole iniziativa: la prima edizione del Premio Sicurezza e Legalità destinato a tutti coloro che si sono distinti per coraggio e merito all’interno del proprio ruolo. La premiazione è stata organizzata dall’Associazione Nazionale Nastro Verde, che raccoglie fra i suoi iscritti ex forze dell’ordine di ogni genere e grado insigniti della medaglia di San Maurizio, condottiero della legione Tebea e martire ai tempi di Cristo, già scelto come patrono dagli Alpini nel 1994. Alla presenza del Presidente dell’ Associazione per il distretto di Vicenza, il col. Nando Romeo Anniballi, e di alcune autorità del territorio, sono stati premiati, fra i reparti di Polizia locale, Vigili del Fuoco, Polizia di Stato, Carabinieri, Croce Rossa, Corpo Forestale dello Stato, Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria, coloro che, con volontà e spirito di sacrificio, si sono distinti per azioni di solidarietà nei confronti del prossimo. Al termine della consegna dei riconoscimenti, un momento di riflessione è stato rivolto ai giovani vicentini impegnati nel sostegno del rispetto della legalità: «I giovani sono il bene più prezioso», ha annunciato il Presidente Anniballi, «la sicurezza e la legalità sono valori importanti che troppo spesso vengono sottovalutati dai ragazzi». A nome di tutti, il premio è stato ritirato dal Presidente della Consulta studentesca di Vicenza, Manuel Marin, che ha ringraziato entusiasta le autorità e tutti i presenti: «Molti giovani vedono il poliziotto di strada come nemico», ha esordito Marin. «Il poliziotto è qui però per darci sicurezza e per far rispettare le regole. Se non si collabora, tutto diventa più difficile, viene sottovalutata la questione sicurezza. Le autorità sono qui per aiutarci».
Nel suo discorso, il Presidente si è soffermato sulle iniziative più importanti che hanno coinvolto la Consulta durante l’anno scolastico in corso: «Il 21 aprile al Teatro Comunale si è tenuto un incontro tra le scuole di Vicenza e quei gruppi di giovani che si sono recati a Palermo e che hanno marciato a Roma contro la mafia. Sono stati poi mostrati i video di Palermo e della marcia, e si è tenuto un dibattito sull’esperienza vissuta a Palermo. Venerdì 14 maggio inoltre c’è stato un incontro al Rossi sul Trattato di Lisbona con l’on. Luigi Berlinguer. I ragazzi erano molto attenti e interessati, questo sottolinea la sensibilità nei confronti di questa tematica».
Nel salutare e ringraziare la delegazione dei giovani, il col, Anniballi si è espresso con un augurio di speranza nei confronti delle giovani generazioni: «Cari giovani, abbiate fiducia in queste forze che rischiano la vita per voi».

Laura Campagnolo

Il futuro del lavoro in Italia

Categories:  ATTUALITA'

Come le buone ricette preparate in casa, sono gli ingredienti semplici e genuini a facilitare oggi l’entrata dei giovani nel mondo del lavoro. Uno sguardo al passato, alle tradizioni e ai valori di un tempo, cogliendo il buon talento di ognuno: queste le soluzioni prospettate dal Sen. Maurizio Castro, ex Direttore Generale di Vicenza Fiera e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione CUOA di Altavilla, durante il dibattito improntato sulla tematica occupazionale giovanile all’Informagiovani di Vicenza lunedì 10 maggio scorso.

Ultimamente siamo di fronte ad una svalutazione delle lauree, si chiede piuttosto esperienza. Stiamo assistendo ad un’inversione di tendenza in questi anni?

«In primo luogo, io credo che la situazione sia più favorevole per i giovani oggi dopo la grande crisi, perché la grande crisi ha cambiato tutti i parametri dell’economia internazionale, tutti i vecchi manuali sono diventati carta straccia. In qualche misura, per una generazione rimasta bloccata da un modello piuttosto gerontocratico, come quello delle selezioni aziendali e non solo, oggi si apre una opportunità nuova. Quel che conta e varrà sempre di più è il talento, anche recuperando lo svantaggio rispetto all’esperienza. Da questo punto di vista tempi buoni si annunciano per i giovani che hanno talento. Il talento del giovane non può essere dato solo dalle conoscenze tecniche. Queste servono relativamente in un mondo dove c’è una condensazione di cambiamenti così impetuosa e dove non sarebbero mai in grado di essere aggiornate. Secondo me, per il ceto dirigente del mondo che verrà contano i fondamentali, il metodo, contano il greco e il latino, conta la capacità di governare il cambiamento con la forza dell’impianto di base. Ecco quindi riemergere il tema dei valori. In una fase di cambiamenti così feroci, se non c’è un orizzonte di senso, che è dato da una scandita valorialità, si corre il rischio di perdersi in una notte buia. Da questo punto di vista torna ad essere importante il valore della scuola come datrice di valori».

I cosiddetti contratti brevi, sono solamente sinonimo di precariato o ci sono dei vantaggi? Cosa si può fare per concretizzare questa situazione che si prospetta a tanti giovani nel mondo del lavoro?
«Bisogna ripensare un attimo agli strumenti dei contratti flessibili che hanno funzionato benissimo da quando sono stati introdotti nella seconda metà degli anni Novanta. Noi oggi viaggiamo su un 5% di disoccupazione in Veneto, che equivale ad un 9% a livello nazionale. Si tratta di dati che, in presenza di una crisi tre volte più grave della più grave crisi mai conosciuta in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi, ci fanno viaggiare con una flessione occupazionale tre volte meno grave. Questo vuol dire che il sistema sta funzionando. Oggi però questo sistema è in affanno e i giovani stanno accusando le conseguenze di una scelta sociale necessaria: quella degli ammortizzatori sociali concentrati sui cinquantenni, che rallentano ulteriormente l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Finché le proporzioni erano quelle degli anni scorsi, dove il 90% dei contratti flessibili veniva convertito in contratti stabili, andava tutto bene. Ora bisogna rimetterci mano. Una soluzione potrebbe essere, a mio avviso, una grande operazione di riequilibrio e giustizia prevista dallo statuto dei lavoratori: se noi rendiamo le garanzie meno nutrite, meno intense, ma le distribuiamo su segmenti sociali molto ampi, coinvolgendo i giovani, questo sarebbe già un buon risultato. L’altra cosa da fare è invertire la classifica della remunerazione: oggi si stanno pagando le conseguenze di una generazione di padri che anziché sacrificarsi per i figli, toglie il 60% del trattamento pensionistico per mantenere intatto il proprio. Potremmo immaginare di pagare di più lavori a tempo determinato, incorporando nella più alta remunerazione il disagio sociale della non stabilità.  Tuttavia, non è per via contrattuale che si risolve il problema, ma ridando un po’ di fiato all’economia. Bisogna inoltre agire sull’orientamento: continuano ad esserci molte persone totalmente disallineate rispetto ai bisogni del mercato. Dall’altro bisognerà recuperare la dimensione del lavoro manuale e delle competenze artigianali».

Sembra che, assistendo ad un ingresso nel mondo del lavoro abbastanza tardivo nella prospettiva di un impiego fisso, le triennali stiano diventando un parcheggio in vista di tempi più maturi. In questo senso una laurea triennale rischia di avere un valore basso nel mercato?

«Oggi le imprese riconoscono solo le lauree quinquennali, cioè specialistiche, forse anche per un eccesso di lauree. Oggi tanti laureati trovano occupazione nei lavori che prima facevano i ragionieri: vengono pagati come ragionieri, adempiono a funzioni da ragionieri, ma hanno competenze da laureati, è chiaro che il mercato li prende. Va recuperato un dato tipico del Veneto, cioè la corrispondenza fra un eccesso di laureati e quello che chiede un’impresa, e un deficit di diplomati. Occorre tornare alle grandi tradizioni di eccellenza dei diplomi tecnici veneti, quelli che hanno alimentato la grande imprenditoria locale. Già questo vuol dire essere certi di cominciare a lavorare subito, perché è chiaro che nel sistema dell’istruzione tecnica è dato un collegamento con le imprese anticipato, molto più radicato. Bisogna tornare ad investire su questo, nei settori maturi e nei prodotti tradizionali, ma soprattutto nei settori più alti della competizione internazionale: produrremo ancora magliette, scarpe, mobili, solo che non li faremo più nella fascia medio-bassa, ma nella fascia alta, quella del così detto lusso contemporaneo, dove l’esclusività non nel prezzo, ma nella storia incorporata al prodotto. Il focus sarà il prodotto, non il processo. Un altro errore è essersi liberati della scomodità delle risorse umane: i ribelli, i conflittuali, i fannulloni… in realtà erano il cuore di un processo competitivo incentrato sul prodotto».

Tornando ai valori, è bello pensare ad una società in cui anche lo spazzino sia laureato perché la condivisione della cultura crea comunque un genere di ricchezza nella società. Si era andati forse verso questo orizzonte con le lauree triennali?

«Beh, lo spazzino laureato è un grande spreco, perché a spese della collettività si è fatto un investimento consapevoli della sua improduttività. Io spero che lo spazzino abbia acquisito bene le competenze per fare lo spazzino, ovviamente con tutto il rispetto per quei lavori umili che sono comunque cruciali. Quindi preferirei piuttosto avere una spazzino letterato, non uno spazzino laureato, sono due cose leggermente diverse. Piuttosto offriamo percorsi di narrazione collettiva e comunitaria dentro ai quali sia uomo di cultura assolutamente equiparabile a chi magari fa il bancario in una banca del centro. Quello che a noi interessa è che vi sia una forte vivacità culturale, la quale non vedo perché non possa essere distribuita tra mestieri diversi. Se si danno più soldi a mestieri considerati pregiati, perché si vuole risarcire il disagio, si creano le condizioni per cui quando si hanno quattro soldi in tasca si va al teatro più volentieri, al cinema più volentieri, si comprano due libri in più, si fa un viaggio in più, perché no?!».

Pietro Omerini Zanella e Laura Campagnolo